Quella laida perversione chiamata “castità”…

on 20 Luglio 2016
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Le pulsioni sessuali sono fenomeni carsici che erodono certezze e aprono crepacci, rinunciare al loro controllo è liberatorio ma comporta deviazioni di rotta e quindi rischio derive. La forma di perversione più difficile da decodificare, interpretare, razionalizzare, è la “castità”. Ebbene sì, la “castità perversa” è una contorta depravazione, elitaria, subdolamente elegante, una nobilitazione sessuale di ritorno assolutamente estranea al concetto di astinenza o verginità.

Alla “castità” vissuta come appagante “non-pratica” sessuale, cerebrale ed evoluta, si giunge percorrendo un impegnativo labirinto interiore. Se abbracciamo i fondamenti della idealizzazione, elaboriamo una sentenza che non esito a definire aberrante. I soggetti più dotati esteticamente, più appetibili, più desiderati e desiderabili, quindi con maggiori chances per accoppiarsi, sono proprio quelli che traggono maggiore gratificazione dal NON concedersi. Divinazione, mitizzazione, beatificazione del desiderio sessuale elargito.

La degenerazione che induce alla “castità perversa” nasce da molteplici fattori, dall’egotismo al narcisismo, dall’egoismo al sadismo concettuale: “attribuisco al mio corpo una sacralità tale da considerarlo inviolabile”, “alimento in te il desiderio pur non ricambiandolo”, “il tuo bramarmi disseta e nutre la mia insaziabile, bulimica vanità”, “sapere che impazzisci per me stimola il mio senso del potere”. Per meglio comprendere tali meccanismi è sufficiente pensare al divismo dei tempi andati, alle icone sessuali del mondo dello spettacolo, a quel divismo che ha creato potenti onde d’urto capaci di produrre isterie collettive. La riduzione alla radice quadrata di numeri e popolarità non inficia la portata della percezione.

E’ possibile approdare ai piaceri perversi della “castità” anche per vie casuali e/o contestuali (la bella del paese che non la dà a nessuno per “onore classista”, l’avvenente impiegata che “viagra” i colleghi ma non si concede per ovvi motivi di opportunità, la leader di un gruppo o di una comunità che associa moralità/moralismo al potere, ecc. ecc.), fattori esterni che hanno la forza di alimentare/incentivare questa stortura sessuale fino alla assuefazione.

Il “non darsi” che eleva è una scuola di pensiero eterogenea, tuttavia è ipotizzabile uno sbilanciamento al femminile. La vendetta della “donna oggetto” che cessa di essere “pasto per lupi” trasformandosi in ossessione onirica, possibilmente per più uomini possibili, riconosciamolo serenamente, certe forme di integralismo (per fortuna) non hanno ancora raggiunto una preoccupante diffusione. Una sub-perversione della “castità perversa” è la “settorizzazione”, l’allestimento di “aree test” e la “personalizzazione” della alterazione comportamentale. E’ quindi possibile, probabile, frequente, il segmentare tale atteggiamento allargandolo a più soggetti o restringendolo a pochi selezionati. Che questa forma di “castità perversa” mirata venga definita in volgo “stronzaggine” è totalmente irrilevante, è solo una questione di portata, di esigenze e di livello di depravazione.

La provocazione sessuale deliberata, senza fini pratici, si perde nella notte dei tempi, l’esibizionismo fucina di sogni erotici è la genesi della “castità perversa”. Il perpetuo ammiccare della comunicazione, del mondo virtuale e reale, ingigantisce a dismisura il bisogno di vaporizzarsi in “desiderio” e rimanere tale il più a lungo possibile: “quando sarò tua cesserò di essere una meta da conquistare e diverrò proprietà acquisita, a quel punto il desiderio si trasformerà in possesso e io non avrò più nessun potere su di te”. Non è eccessivamente “creativo” catalogare la “castità perversa” come una riconciliazione col proprio IO, un patto di non belligeranza mediato cedendo rinunce pratiche in cambio di dominazioni teoriche.

Seppur lo ritenga superfluo, mi impongo precisare che il post analizza “scelte”, non guise date da fattori negativi come turbe psichiche, fisicità penalizzanti e problematiche annesse alla socializzazione. La “castità perversa” è una nuova, alienante frontiera del sesso che trova fertile humus nella grande madre rete. Un percorso fondamentalista che attraversa le sterpaglie dell’autocelebrazione e dell’auto isolamento sessuale, una esasperazione, una estremizzazione dell’amor proprio che si sublima nell’esclusivo godimento cerebrale, relegando quello della carne ad essenziali, fisiologiche pratiche onanistiche.